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Fondo pensione o ETF: le quattro differenze

Fondo pensione ed ETF investono negli stessi mercati. A distinguerli sono quattro differenze: il contributo del datore, la deduzione, l'imposta all'uscita e il vincolo sull'accesso ai soldi. Le prime tre si misurano per ogni euro che esce dalla busta paga, e il risultato cambia da persona a persona.

legge disposizione normativa, con l'articolo · CCNL previsto dal contratto collettivo, varia per settore · stima valore approssimato, indicato come tale

Quattro differenze, e tre sono fiscali

A parità di mercati, ciò che separa i due strumenti non è il rendimento. Sul fondo pensione intervengono il contratto di lavoro e il fisco, in tre punti diversi; in cambio, i soldi ne escono più tardi.

Le prime tre giocano a favore del fondo, la quarta a favore dell'ETF. Le prime tre si possono calcolare; la quarta dipende dalle circostanze personali.

Il contributo del datore si ferma al minimo contrattuale

CCNL Nei fondi negoziali l'azienda versa la propria quota solo se versa anche il lavoratore, almeno la percentuale minima prevista dal contratto. Chi è iscritto col solo TFR non la riceve affatto. E raggiunto quel minimo la quota non cresce: versando di più si prende lo sconto fiscale, non un euro in più dall'azienda.

Su una retribuzione di 35.000 €, con 1,2% a carico del lavoratore e 2,0% a carico dell'azienda, la prima percentuale versata costa 245 € netti l'anno e ne fa entrare nel fondo 1.120 €: 4,6× per ogni euro uscito dalla busta. È un rapporto che un investimento in ETF non può replicare, perché non deriva dal rendimento ma dal contributo del datore e dalla deduzione.

Per questo, fino al minimo contrattuale il confronto con l'ETF non si pone: i due strumenti diventano confrontabili solo sui versamenti oltre quella soglia. Come funziona il contributo del datore →

La deduzione: quanto vale

legge Art. 8 c. 4 D.Lgs. 252/2005. I contributi si deducono dal reddito fino a 5.300 € l'anno, il TFR conferito non consuma quel tetto. Dedurre non vuol dire risparmiare l'importo: vuol dire non pagarci l'imposta, quindi il vantaggio vale quanto la propria aliquota marginale. Sulla retribuzione dell'esempio è il 41,7%, contando anche le detrazioni che si perdono man mano che il reddito sale.

Chi ha redditi bassi deduce poco perché la sua aliquota è bassa; chi supera il tetto non deduce affatto la parte eccedente. Ai due estremi il vantaggio fiscale si riduce fino ad annullarsi.

La parte non dedotta non si tassa all'uscita legge (art. 11 c. 6), ma solo se viene comunicata al fondo entro il 31 dicembre dell'anno successivo (art. 8 c. 4). Senza quella comunicazione il fondo non può saperlo, e tassa anche la parte non dedotta.

L'imposta all'uscita: dal 15% al 9%

legge Art. 11 c. 6 D.Lgs. 252/2005. Quando il fondo viene riscosso, la parte corrispondente ai contributi dedotti sconta un'imposta sostitutiva del 15%, che scende di 0,30 punti per ogni anno di iscrizione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9%. I rendimenti no: hanno già pagato in capo al fondo.

Su un ETF l'imposta si paga al momento della vendita, sul guadagno, con l'aliquota ordinaria del 26% (12,5% sui titoli di Stato). Le due imposte colpiscono basi diverse: sul fondo il capitale versato, sull'ETF il guadagno realizzato. Per questo il confronto richiede un calcolo completo, non un confronto di aliquote.

I costi, e perché i rendimenti indicati sono già netti

Un ETF azionario globale ha costi annui di pochi centesimi di punto; un fondo pensione costa di più, e quanto di più dipende dalla forma. stima Sullo stesso comparto bilanciato, rispetto a un fondo negoziale, un fondo aperto costa in media 1,09% l'anno in più e un PIP 1,66%: sono le differenze fra gli indicatori sintetici dei costi pubblicati dalla COVIP.

Nel calcolatore quei costi non vanno sottratti a mano: i rendimenti dei comparti sono indicati già al netto delle spese di gestione e dell'imposta che grava sul patrimonio del fondo, e la differenza fra le forme viene applicata automaticamente. Come sono determinati →

Il vincolo sull'accesso ai soldi

Dal fondo pensione i soldi escono alla pensione. Prima si può, ma solo nei casi previsti: le anticipazioni, il riscatto, e la RITA, che fa uscire il fondo a rate negli anni fra la fine del lavoro e la pensione. Un ETF si vende in un giorno, per qualunque motivo.

Questa differenza non si può quantificare, perché dipende dalle circostanze personali: chi prevede di aver bisogno di quei soldi prima della pensione deve pesare il vincolo insieme al vantaggio fiscale.

Il confronto in cifre

L'esempio assume la retribuzione vista sopra e un orizzonte di 25 anni. Da una parte si versa la quota minima nel fondo, dall'altra si mette nell'ETF quello che quella quota è costata in busta. I due rendimenti sono tenuti uguali, al 3% del comparto bilanciato: così il confronto isola le sole differenze misurabili, senza ipotesi sui mercati. Tutti gli importi sono in euro di oggi.

Nel fondo pensioneIn un ETF
Esce dalla busta ogni anno245 €245 €
Entra ogni anno 1.120 €col contributo del datore 245 €
Montante dopo 25 anni31.556 €6.901 €
Imposta alla riscossione −3.360 €12%, sostitutiva già compresa nel rendimento
Resta in mano28.196 €6.901 €

La differenza è 21.295 € e viene quasi tutta dal contributo del datore: somme che in un ETF non entrano affatto, non un rendimento migliore del comparto.

Senza contributo del datore il vantaggio si riduce

Tolto il contributo del datore, che è il caso di chi versa per conto proprio, restano solo la deduzione e l'imposta all'uscita. Sugli stessi 25 anni e a parità di rendimento, nel fondo resterebbero 10.573 € contro 6.901 €: 3.672 € di differenza invece di 21.295 €.

E se quel fondo è un fondo aperto, che sullo stesso comparto costa 1,09% l'anno in più, la differenza scende a 2.229 €. Il vantaggio non sparisce, ma si riduce al punto che il vincolo sull'accesso può pesare di più.

Sopra il tetto di 5.300 € la deduzione si esaurisce: ogni euro versato oltre quella soglia rende quanto renderebbe fuori dal fondo, con il vincolo in più.

La risposta dipende da tre soglie, nessuna delle quali legata ai mercati: la quota minima del proprio contratto, il tetto di 5.300 € e la propria aliquota marginale. Il calcolatore le attraversa tutte e tre muovendo un cursore, e mostra il punto oltre il quale versare di più non migliora il risultato.

Al calcolatore, sui propri dati →

Cosa il confronto non considera

Il confronto qui sopra tiene i due rendimenti uguali. Nella realtà non lo sono quasi mai, e la scelta fra un comparto azionario e un ETF azionario è la decisione con l'impatto maggiore fra quelle di questa pagina. Il calcolatore tiene i due rendimenti in due caselle separate: chi vuole provare un'ipotesi diversa può scriverla lì.

Restano fuori dal conto: le anticipazioni prese prima della pensione, il caso di chi cambia lavoro e trasferisce la posizione, e la parte non dedotta di chi supera il tetto senza comunicarlo al fondo. L'elenco completo di cosa il modello non rappresenta →

Il TFR segue una scelta diversa, con un confronto suo: non può essere investito in un ETF, perché può solo andare nel fondo pensione o restare in azienda. TFR in azienda o nel fondo pensione →

Riferimenti normativi e limiti di questa pagina.